Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale: il punto di vista di Akeron sulla trasformazione del software enterprise.

L'intelligenza artificiale sta ridisegnando il software enterprise dall'interno. Non è una questione di tecnologia , è una questione di condizioni. Cosa serve alle aziende per fare il salto.

Quando il programma di un evento sull’intelligenza artificiale copre un arco che va dalle fondamenta scientifiche fino alle implicazioni per l’umanità, è il segnale che il tema ha smesso di essere settoriale. È diventato sistemico.

È questo il contesto in cui si sono svolti Gli Stati Generali dell’Intelligenza Artificiale 2026 organizzati da Class CNBC e Class Editori a Milano, con la conduzione di Andrea Cabrini e Mariavittoria Zaglio. Una giornata che ha messo attorno allo stesso tavolo ricercatori, istituzioni, grandi imprese e innovatori, per ragionare su cosa sta davvero cambiando — e cosa serve per navigarlo.

Manuel Vellutini, Co-CEO di Akeron, ha partecipato al panel conclusivo “Ripensare il lavoro AI-native: competenze, servizi e rischi”, portando il punto di vista di chi questa trasformazione la vive dall’interno, ogni giorno, nel software enterprise.

Il software non scompare. Cambia quello che deve fare.

C’è ancora chi prevede che l’AI renderà il software enterprise obsoleto. La storia suggerisce il contrario: ogni volta che una tecnologia dirompente arriva, i sistemi che sopravvivono non sono quelli che resistono, ma quelli che si evolvono. Il software enterprise che sarà rilevante nei prossimi anni non è quello che aggiunge un copilot alla propria interfaccia. È quello che ridisegna dall’interno cosa significa supportare un processo aziendale — passando da sistemi che registrano e gestiscono a sistemi che pensano, agiscono e si aprono a nuovi attori: gli agenti AI.

Questo cambiamento non è marginale. Significa ripensare come gli utenti interagiscono con i sistemi, come i dati vengono governati, e soprattutto chi — o cosa — ha il permesso di agire all’interno dei processi.

Governance non è un vincolo. È l’infrastruttura che rende tutto possibile.

Quando gli agenti AI operano autonomamente all’interno dei processi aziendali — senza che un umano prema invio ad ogni passaggio, il perimetro di responsabilità si sposta. Definire cosa un agente può fare, cosa deve portare all’attenzione di una persona, e come ogni azione viene tracciata non è un esercizio di compliance. È la condizione che rende la delega affidabile e la scalabilità sostenibile.

Le aziende più avanzate lo hanno già capito: stanno costruendo comitati interni, definendo regole operative, strutturando sistemi di supervisione. Non per rallentare l’adozione dell’AI, ma per renderla solida. Con le scadenze dell’AI Act che si avvicinano ad agosto 2026, questo lavoro non è più rinviabile.

La variabile più sottovalutata: le persone.

Tecnologia e governance non bastano se le persone che lavorano con i sistemi non sanno come farlo. Ma la competenza che serve non è tecnica — non si tratta di imparare a scrivere prompt migliori. Si tratta di sviluppare una nuova capacità organizzativa: saper orchestrare sistemi agentici, leggere criticamente i loro output, decidere dove il giudizio umano deve restare centrale. La stessa trasformazione che negli anni Novanta ha richiesto una nuova alfabetizzazione digitale richiede oggi qualcosa di più profondo — e le organizzazioni che la costruiranno prima avranno un vantaggio strutturale sulle altre.

È in questa direzione che Akeron sta lavorando con Akyba, l’Agent Center integrato nelle piattaforme Vulki, Tarko e Kautha: un’infrastruttura agentica costruita dentro i processi aziendali, su dati certificati, con governance e tracciabilità by design.